MACROREGIONE È IL BREVETTO MIGLIO-LEGA

LA PADANIA  del  31-08-2012

Gibelli: basta con le ambiguità, il Pdl si decida
Galli, il prof il solo coerente fin dal "Cisalpino"

STEFANO BRUNO GALLI

Quella settentrionale è una "questione" che attraversa la storia della Repubblica sin dalle origini. E si configura come un torrente carsico che riemerge a cadenza costante, circa ogni quarto di secolo: nel 1945, poi alla fine della prima legislatura regionale (1970-75), quindi tra il 1989 e il 1994, cioè nel tornante fra la Prima e la Seconda Repubblica, infine ai nostri giorni quando si configura come una realtà viva e pulsante anche per effetto dell'azione del governo Monti, con il suo rinnovato centralismo e la sua asfissiante oppressione fiscale nei confronti di chi le tasse le paga: il Nord.

Nei fatti la Questione settentrionale è una delle grandi contraddizioni originarie della Repubblica e affonda le proprie radici nella dinamica dello sviluppo duale del Paese.

E tuttavia non è speculare rispetto alla Questione meridionale. Sarebbe un grave errore considerarla così. La Questione settentrionale ha oggi una dimensione geografica, economico-produttiva e fiscale. E su di essa insistono ottocento anni di storia dal giuramento di Pontida in poi e, dunque, di
tradizioni, usi, costumi, mentalità collettive, modelli di cultura e di comportamento, segnati dalle tradizioni civiche ereditate dall'età comunale del XII secolo. È pertanto più che legittimo che, dal punto di vista politico, sia la Lega Nord e  non altri partiti a rivendicarne la paternità esclusiva. Perché i partiti politici nascono dalle fratture. E la Lega Nord è nata sulla frattura dello sviluppo duale, con il preciso mandato ideologico di rappresentare e tutelare gli interessi del Grande Nord. Il senso più profondo dello slogan "Prima il Nord!" sta proprio qui. E sta nella recuperata attenzione
nei confronti della Questione settentrionale, che verrà affrontata tra un mese alla convention del Lingotto.

Parlare della Questione settentrionale nella storia della Repubblica significa confrontarsi non solo con il Grande Nord nel suo complesso, ma anche con la figura di Gianfranco Miglio.

Che della Questione settentrionale fu ineguagliato interprete.

La sua presenza è infatti una costante sin dalle origini e poi negli anni Settanta e poi negli anni Novanta. All'indomani della Liberazione, il 26 aprile 1945, con l'occupazione dei locali del quotidiano fascista "La Provincia" di Como, nasceva il movimento "Il Cisalpino", guidato dal professore della Cattolica di Milano Tommaso Zerbi e dal giovane Gianfranco Miglio. Nel breve volgere di pochi mesi, però, assai "misteriosamente" il nordismo di Zerbi si sbiadì: egli entrò nella Democrazia cristiana e fu poi eletto deputato alla Costituente. Al contrario, Miglio rimase e  per tutta la sua vita fedele  sino in fondo al progetto politico del Cisalpino. Nel nome, il movimento Cisalpino s'ispirava al programma elaborato da Carlo Cattaneo nella notte del 17 marzo 1848, all'inizio delle Cinque giornate. Il leader dell'insurrezione di Milano aveva infatti in animo di pubblicare un giornale per annunciare la nascita della nuova Lombardia repubblicana (la Repubblica cisalpina), che si configurava come uno Stato autonomo e libero, democratico e indipendente. Il movimento Cisalpino che pubblicava un settimanale "federalista nazionale" nasceva per contrastare il nazionalismo fascista. Come scriveva l'allora ventisettenne Gianfranco Miglio, il nazionalismo fascista era stato "il cavallo di Troia per mezzo del quale l'assolutismo dittatoriale aveva superato le mura delle garanzie costituzionali e aveva distrutto lo Stato democratico".

Nasceva soprattutto per tutelare gli interessi dell'Italia settentrionale, sino a quel momento considerata "una monumentale mucca da mungere" ovvero "il Paese di Bengodi". Si trattava delle perverse dinamiche di una politica "verniciata di tricolore". I meridionali infatti "si convinsero anzitutto di avere diritto a ricevere dal settentrione tutto quanto loro occorreva e di avere, perciò, il dovere di sostenere le vedute 'unitarie' del governo". Una repubblica federale sarebbe stata la risposta più efficace: questo era l'auspicio degli animatori del movimento Cisalpino, in cui militava il giovane e promettente studioso Gianfranco Miglio. Lo si intuiva bene da un editoriale intitolato "Unità e federazione". Al posto dell'articolazione regionale decentrata dello Stato, gli aderenti al movimento proponevano una suddivisione del territorio della Penisola su base cantonale, secondo il modello elvetico, con la costituzione di un Cantone Cisalpino che racchiudeva tutta la valle del Po, compresa l'Emilia. "La Liguria, il Piemonte, la Lombardia, l'Emilia e le Tre Venezie, ossia tutta l'Italia settentrionale costituisce un'armonica unità geografica, economica, etnica e spirituale, ben degna di governare sé stessa". La capitale cantonale sarebbe stata Milano, baricentro della Val Padana. È interessante rilevare che  lungo tutta la sua vicenda culturale e politologica, di acuto analista e di rigoroso studioso, Miglio avrebbe gravitato costantemente intorno alla prospettiva cantonale derivante dalla scomposizione e dalla nuova articolazione su base macroregionale del Paese.

Tale profondo convincimento migliano si traduceva nel costante e ostinato richiamo al modello funzionale, sotto il profilo politico e amministrativo, dell'ordine politico svizzero, imperniato sulle comunità territoriali cantonali, libere e autonome, sin dal patto eterno confederale stipulato sul prato del che si affaccia sul Lago dei Quattro Cantoni, il primo agosto del 1291, tra Uni, Schwyz e Untervalden. Massima garanzia di libertà, autonomia e autogoverno dei popoli: il Cantone per i Cisalpini è "un razionale spazio geofisico, economicamente e demograficamente individuato e costituito di unità capace di fornire materia per una vita politico-amministrativa autonoma e fattiva, col minimo possibile di ciarpame burocratico". L'obiettivo era quello di dare vita a un movimento federalista nazionale e trasferire alla competenza del Cantone "gran parte del potere tributario, l'assistenza sociale, la legislazione del lavoro, la legislazione scolastica, i comuni servizi dí polizia e di igiene, la polizia ecclesiastica, l'amministrazione della giustizia". Al governo centrale restavano la politica estera, la difesa, la moneta e i servizi pubblici generali; veniva altresì istituita una suprema corte per la difesa della costituzione federale e per dirimere le controversie nella ripartizione delle competenze tra il governo centrale e le istituzioni territoriali periferiche. La vera democrazia, infatti, sí configura come "consapevole" autogoverno del popolo. A quell'esperienza Miglio rimase sempre attaccato e la ricordava spesso, a cominciare dalle sue "Considerazioni retrospettive" ma soprattutto dal dibattito con Guido Fanti  nel 1975. Il primo presidente della Regione Emilia Romagna, infatti, in un'intervista alla "Stampa" di Torino 6 novembre 1975 aveva auspicato un accordo "permanente" tra Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto ed Emilia per superare la crisi economica che attanagliava il Paese. Il Presidente della Giunta emiliana individuava nel superamento delle vecchie strutture dello Stato burocratico e accentratore e nella rapida attuazione di un nuovo Stato fortemente decentrato su base macroregionale la strada privilegiata per risollevare le sorti del Paese e rilanciarne l'organizzazione economica e le attività produttive. Miglio replicò alla provocazione di Fanti con l'articolo "La Padania e le grandi regioni" apparso sul "Corriere della Sera": trovava seducente l'idea di una "Padania" politico-amministrativa.

Anche perché ci pensava "da molto tempo", dagli anni della Resistenza e dall'immediato secondo dopoguerra, quando aderì al movimento federalista "Il Cisalpino". E tuttavia precisava "io  non mi preoccupo affatto di sapere se tale soluzione del 'caso italiano' si debba o non si debba realizzare, se cioè sia giusta, bella, buona, e magari 'progressiva': penso soltanto che sia inevitabile". Come a dire che la macroregione del Nord è inevitabile.

È un ineluttabile destino.

È più che legittimo che, dal punto di vista politico, sia la Lega Nord e non altri partiti a rivendicarne la paternità esclusiva. Perché i partiti politici nascono dalle fratture "Il Cisalpino": guidato dal professore della Cattolica di Milano Zerbi e dal giovane Miglio. Poi il nordismodi Zerbi “misteriosamente" sbiadì

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